Comunicato Stampa

Sperimentazioni cliniche: nasce in Italia la prima Carta
che promuove il diritto dei pazienti e delle Associazioni
a far sentire la loro voce nello sviluppo dei farmaci

Persone non solo Pazienti, la piattaforma di dialogo promossa
da Fondazione Roche insieme a 16 Associazioni, presenta la prima Carta etico-deontologica in Europa per la partecipazione delle Associazioni di Pazienti ai trial clinici, messa a punto insieme a un gruppo di ricercatori di bioetica e biodiritto del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

L’importanza di ottimizzare e rendere più fluidi i trial clinici è un tema già da tempo al centro dell’attenzione di Istituzioni e sperimentatori: il coinvolgimento delle Associazioni di Pazienti in tutte le fasi delle sperimentazioni permette di assicurare maggiore appropriatezza e aderenza alle terapie, superare possibili iniquità nell’accesso alla ricerca, garantire maggiore attenzione ai bisogni sanitari e alle esigenze dei pazienti, ridurre i costi organizzativi con vantaggi per la ricerca, la salute dei pazienti e la sostenibilità del Servizio Sanitario.

Roma, 1° luglio 2020 – Portare il punto di vista di chi affronta la malattia nel cuore della sperimentazione per rendere le terapie sempre più a misura di pazienti e favorire la comprensione e il dialogo tra gli stessi pazienti e i medici. Accelerare il percorso della ricerca clinica e far arrivare prima i farmaci al paziente.

Un contributo importante in questa direzione arriva adesso dalla Carta dei principi e dei valori per la partecipazione dei pazienti ai trial clinici, presentata oggi nel corso di una web press conference.

La Carta, la prima del genere a livello europeo, è il frutto della collaborazione tra un gruppo di ricercatori di bioetica e biodiritto del Consiglio Nazionale delle Ricerche, coordinati da Cinzia Caporale, Comitato Nazionale di Bioetica, e Persone non solo Pazienti, la piattaforma di dialogo promossa da Fondazione Roche insieme a 16 Associazioni.

Scopo dell’iniziativa è fornire delle coordinate a un’importante evoluzione della pratica clinica: la possibilità che i pazienti e le Associazioni possano finalmente dire la loro, ed essere ascoltati, in tutte le fasi della sperimentazione. Se scoprire nuovi farmaci resta compito dei ricercatori, oggi è sempre più valutato il contributo che possono dare al progresso della medicina e all’innovazione le persone che convivono con la malattia.

«Fondazione Roche sostiene la ricerca clinica indipendente che ha l’obiettivo di trovare risposte urgenti e importanti per le malattie più difficili: in quest’ottica, il motore dell’iniziativa di Persone non solo Pazienti è stata l’esigenza crescente che gli studi riflettano il più possibile la real-life, insieme alla necessità di accelerare le procedure e favorire lo svolgimento di trial di qualità in tempi minori – afferma Mariapia Garavaglia, Presidente Fondazione Roche – la presenza delle Associazioni di Pazienti è una garanzia di partecipazione e controllo, perché nessuno più dei pazienti può sentire l’urgenza e la fretta di bruciare le tappe nelle varie fasi della sperimentazione e d’altra parte attraverso la loro esperienza diretta della malattia i pazienti possono fornire indicazioni concrete a chi studia e ricerca. Questo strumento può aiutare i pazienti a essere protagonisti nel dialogo sia con i ricercatori che con i decisori politici».

La Carta dei principi e dei valori vuole agevolare il riconoscimento formale del ruolo delle Associazioni di Pazienti proponendosi come una bussola di orientamento etico per tutti gli attori coinvolti: gli sperimentatori, il personale sanitario, i pazienti e le loro Associazioni ma anche le Istituzioni e gli ordini professionali in vista dell’elaborazione di norme deontologiche.

«Questa Carta è per noi una prima proposta, un punto di partenza migliorabile con la partecipazione di Istituzioni, comunità scientifica e di altre Associazioni di Pazienti. Fin d’ora però riteniamo che la Carta abbia la forza per determinare un cambiamento, che speriamo possa attuarsi con progetti pilota e in questa ottica siamo a disposizione per avviare percorsi virtuosi con singole realtà – afferma Cinzia Caporale, Comitato Nazionale di Bioetica – solo la misura della concreta applicazione potrà dirci come integrare ed eventualmente modificare la Carta, con l’obiettivo di farla diventare un riferimento nazionale. Questa Carta, nata da un lavoro collettivo, si potrà consolidare solo attraverso un lavoro congiunto con gli operatori della salute»

Ma come si dovrebbe concretizzare il coinvolgimento delle Associazioni di Pazienti in tutte le fasi dei trial clinici e quali sono i benefici?

La Carta delinea in primo luogo una serie di impegni reciproci tra sperimentatori e Associazioni di Pazienti: i primi dovrebbero riconoscere il ruolo e il contributo significativo dei pazienti e delle Associazioni al progresso della medicina, promuovere l’autonomia dei pazienti e fornire alle Associazioni informazioni e risultati preliminari in modo continuativo.

Le Associazioni grazie alle loro competenze e all’esperienza maturate dai propri rappresentanti dovrebbero essere accreditate da parte degli Enti autorizzativi competenti, collaborare con gli sperimentatori in tutte le fasi previste dal protocollo sperimentale, rendere fruibili agli sperimentatori le informazioni ricevute e le esigenze espresse dai pazienti e dagli iscritti.

L’azione propedeutica per il coinvolgimento nei trial delle Associazioni di Pazienti è riconoscerne formalmente il ruolo attraverso la definizione di requisiti di accreditamento validi per l’intero territorio nazionale e mutuamente riconosciuti nei Paesi UE.

La Carta suggerisce di coinvolgere le Associazioni di Pazienti sin dalla fase di progettazione di nuovi studi e di elaborazione del disegno dei trial clinici. Il vantaggio fondamentale sarebbe quello di poter definire gli obiettivi delle sperimentazioni in modo più rispondente alle reali esigenze dei pazienti in termini di efficacia, sicurezza, funzionalità e sopravvivenza, favorendo un approccio personalizzato alle terapie farmacologiche.

Nella fase di arruolamento il coinvolgimento delle Associazioni, oltre a permettere un arruolamento dei pazienti più rapido e affidabile, aiuta a superare possibili iniquità nell’accesso alla ricerca scientifica e ai trial clinici, che costituiscono per molte patologie l’unica prospettiva di miglioramento. Il coinvolgimento delle Associazioni nel disegno dei trial può ridurre il rischio che l’arruolamento dei pazienti avvenga in modo arbitrario, tramite il controllo dei criteri di inclusione/esclusione.

Nello svolgimento del trial, le Associazioni di Pazienti possono segnalare aspetti determinanti per misurare l’impatto dei farmaci sui pazienti, quali i sintomi con un maggior impatto sulla qualità della vita, le modalità di somministrazione dei farmaci più adatte alla gestione ordinaria delle cure, la tollerabilità degli effetti collaterali, eventuali aspetti del percorso di cura non adeguatamente considerati.

Infine, prima, durante e dopo il trial le Associazioni di Pazienti sono una risorsa insostituibile per trasferire ai pazienti le informazioni sui trial e chiarire i loro dubbi, favorire l’incontro tra il linguaggio del paziente e quello dei ricercatori, facilitare la comprensione del consenso informato e contribuire alla diffusione dei risultati della sperimentazione.

In definitiva, la partecipazione delle Associazioni di Pazienti ai trial clinici favorisce l’efficienza nello sviluppo dei farmaci e garantisce maggiore attenzione ai bisogni sanitari: ottimizza lo svolgimento dei trial, ne migliora la sostenibilità riducendo i costi organizzativi, promuove l’appropriatezza prescrittiva e favorisce un approccio personalizzato alle terapie farmacologiche.

«Ci aspettiamo che la Carta non serva solo per accreditare le Associazioni di Pazienti verso i ricercatori ma rivesta un significato più generale nella conoscenza e nell’apprezzamento della ricerca indipendente – osserva Mariapia Garavaglia – da oggi intorno alla Carta si può sviluppare un confronto su temi eticamente rilevanti: le modalità di arruolamento nei trial, l’informazione da dare ai pazienti, la scelta delle priorità e degli obiettivi degli studi clinici, la comunicazione dei risultati».

Il punto di vista delle Associazioni di Pazienti

Nicoletta Cerana, ACTO Alleanza Contro il Tumore Ovarico

«Uno degli ostacoli più sentiti in fase di accesso è la discriminazione nei criteri di arruolamento, di inclusione ed esclusione. L’Associazione di Pazienti deve intervenire per garantire una reale equità di accesso e questa garanzia è particolarmente importante quando si parla di sperimentazioni clinica e donne. Sappiamo infatti che ancora oggi la percentuale di donne arruolate supera difficilmente il 20% negli studi clinici di fase 3 e che si avvicina allo zero negli studi clinici di fase 1 e 2.  Questa “cecità di genere”, cioè la sotto rappresentazione delle donne nelle sperimentazioni farmacologiche, è molto pericolosa per la salute delle donne stesse soprattutto a fronte delle recenti acquisizioni nell’ambito della farmacogenomica e delle terapie personalizzate. Noi Associazioni di Pazienti possiamo contribuire a superare questo ostacolo non solo vigilando sui criteri di accesso, ma anche promuovendo nell’ambito della sperimentazione farmacologica una cultura e una formazione sanitaria più attenta alla dimensione femminile».

Martina Bassi, AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla

«Le Associazioni di Pazienti hanno un ruolo fondamentale nel processo di ricerca: basti pensare al ruolo insostituibile che svolgono nel favorire la diffusione delle informazioni relative ai risultati della ricerca attraverso i propri canali di informazione, in primis i siti web, e alla loro importanza nel favorire la comprensione di materie che possono risultare complesse con la necessaria accuratezza e approfondimento e senza mai scadere in banalizzazioni.

Le Associazioni di Pazienti hanno quindi un ruolo fondamentale nel mettere in collegamento due mondi che potrebbero risultare distanti: quello della ricerca e quello delle persone con patologia, unite verso lo stesso grande obiettivo far sì che la ricerca abbia come fine ultimo risultati concreti e tangibili nella vita delle persone».

Antonio Minoia, AMICIAssociazione Nazionale delle persone affette da Colite Ulcerosa o Malattia di Crohn

«Tutti i pazienti hanno diritto di conoscere e accedere alle diverse opzioni terapeutiche disponibili per gestire al meglio la loro malattia. I trial clinici sono per alcune patologie, per le quali non esistono ancora farmaci efficaci, l’unica strada percorribile. Per altre malattie rappresentare invece un’ulteriore opzione terapeutica e la possibilità di un miglioramento delle condizioni di salute e della qualità di vita.

Le Associazioni di Pazienti possono avere, in questo ambito, un ruolo fondamentale nel rendere noti i trial attivi e nel fornire tutte le informazioni necessarie affinché l’ammalato possa conoscere e fare una scelta consapevole. Per rendere attuabile tutto questo è necessario che le Associazioni di Pazienti siano coinvolte attraverso la condivisione di informazioni e la disponibilità dei dati in tutte le fasi della sperimentazione, dalla progettazione alla selezione dei candidati, dallo svolgimento fino alla pubblicazione dei risultati.

Le Associazioni potrebbero inoltre rappresentare un valido supporto al paziente, per aiutarlo nella relazione con il centro e l’interpretazione dell’andamento del trial, anche attraverso l’aiuto di un Patient Support Program se disponibile».

Sava Severoni, ANMARAssociazione Nazionale Malati Reumatici

«Forti della convinzione dell’importanza delle Associazioni nei trial clinici, abbiamo lavorato alla costruzione della Carta mettendo a disposizione le nostre competenze e conoscenze a beneficio dell’innovazione terapeutica e dell’integrazione del percorso di cura del paziente con la sua qualità di vita. Abbiamo profusamente manifestato l’importanza del ruolo del paziente esperto utile nel semplificare l’arruolamento del paziente, a garanzia dello svolgimento dello studio mantenendo l’aderenza, favorendo l’innovazione terapeutica profilata e personalizzata, ottimizzando e razionando i costi a favore dell’appropriatezza. Accompagnare il paziente nei trial rappresenta per noi una mano tesa all’opportunità di cura e alla speranza».

Antonella Celano, APMARR Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare

«Per un paziente, la comunicazione con il medico è sempre complessa, e lo è ancor di più all’interno di un processo di ricerca. Proprio per questo, le Associazioni di Pazienti devono essere coinvolte fin dall’inizio del trial clinico, perché grazie alla presenza dell’Associazione il paziente potrà comprendere meglio il Consenso informato e firmarlo con maggiore consapevolezza. Più in generale, l’Associazione può facilitare la comprensione di tutte le terminologie e le pratiche complesse legate al trial.

Inoltre, se il paziente cerca informazioni sul web, l’Associazione potrà indirizzarlo verso informazioni validate e certificate. In definitiva, il ruolo delle Associazioni è fondamentale per sostenere con le loro informazioni la permanenza del paziente all’interno di tutto il percorso del trial clinico».

Rosanna D’Antona, Europa Donna Italia

«La disomogeneità e le diseguaglianze che caratterizzano molte prestazioni sanitarie nel nostro Paese hanno conseguenze particolarmente gravi quando riguardano le sperimentazioni cliniche, dove le barriere geografiche e le difficoltà nel reperire e nel decodificare le informazioni impediscono a pazienti in condizioni critiche di ricevere possibili terapie salvavita. Le Associazioni di Pazienti rappresentano una risorsa concreta, a servizio dei pazienti e dei ricercatori, per garantire una partecipazione equa ed adeguata ai trial clinici: il loro ruolo nella messa a punto e nell’esecuzione dei trial non può più ridursi a una raccomandazione generica ma deve essere parte integrante ed effettiva della normativa di riferimento».

Andrea Buzzi, Fondazione Paracelso

«A rendere opportuna e necessaria la partecipazione attiva dei pazienti alla progettazione e alla conduzione degli studi clinici, ci sono innanzi tutto ragioni etiche, efficacemente sintetizzate nel principio “nothing about me without me” (niente su di me senza di me), enunciato al termine del Seminario globale di Salisburgo nel 1998. L’inclusione dei pazienti o di loro rappresentanti in tutto il percorso assistenziale, compreso lo sviluppo dei farmaci, è inoltre potenzialmente migliorativo dell’intero sistema anche in termini di efficienza e appropriatezza, parole e concetti chiave in un contesto di ricorrenti richiami alle ingenti risorse economiche necessarie per sostenere i servizi sanitari e alla loro limitatezza».

Emanuela Crapanzano, Famiglie SMA

«Al di là delle possibili differenze legate alla patologia o all’età del paziente che affronta il trial clinico o alla fase del trial, che implica reazioni molto diverse, una cosa accomuna tutti i pazienti coinvolti in un trial: il fatto che non debbano mai sentirsi soli.

Perché l’aderenza sia mantenuta, è fondamentale che un piccolo fastidio, una fase di stanchezza, qualsiasi tipo di problema, dal fisico al logistico, agli effetti collaterali, possa essere colto appena emerge, prima di dare luogo a un disagio insopportabile.

Per questo scopo si rende opportuna la figura di un counselor o psicologo che possa svolgere il ruolo di importante mediatore tra il paziente e i medici o tra il paziente e l’azienda farmaceutica. In questo scenario, l’Associazione ha il compito di concorrere a identificare questa figura professionale nonché quello di incaricarsi della sua formazione nell’ambito specifico della patologia di riferimento».

Rosa Ioren Napoli, FIMARPFederazione Italiana IPF e malattie rare polmonari

«I pazienti con malattie rare hanno grandi aspettative nei confronti dei trial clinici, perché dai trial sperano di poter ottenere la cura che possa guarire la propria patologia o almeno riuscire a contenerla. Tutte le fasi del trial sono egualmente importanti, ma quelle per le quali si deve avere maggiore cura sono la modalità di accesso e la modalità d’informazione sui risultati. Le modalità di accesso devono essere chiare e trasparenti, come chiari e trasparenti devono essere i criteri in base ai quali i pazienti vengono assegnati a un gruppo piuttosto che a un altro, anche per garantire la propria salute. I risultati devono essere trasmessi alle Associazioni che hanno il compito di diffonderli in modo che tutte le persone interessate possono accedere alle informazioni e venga reso noto lo stato di avanzamento in cui si trova la sperimentazione di un nuovo farmaco».

Davide Petruzzelli, FAVO, Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia La Lampada di Aladino

«Le Associazioni di Pazienti devono essere accreditate per la partecipazione attiva ai trial clinici, per accogliere il patrimonio che deriva dall’esperienza diretta con la malattia. Una ricchezza di informazioni ad alto valore aggiunto. Informazioni che non si possono studiare sui libri perché sono conoscenze esperienziali. È una scienza laica di cui il nostro sistema si deve dotare.

Le Associazioni di Pazienti sono pronte ad affrontare questa nuova sfida, ma perché ciò avvenga servono almeno due passaggi fondamentali uno culturale e uno pratico. Culturale perché dobbiamo pensare che questo coinvolgimento dovrà essere non solo di facciata ma vero e attivo. Dobbiamo essere consapevoli e convinti che questo tipo di partecipazione è davvero un valore aggiunto e irrinunciabile. Pratico, perché servono dei criteri per accreditare queste organizzazioni, quindi un riconoscimento formale basato requisiti ben definiti, validi sull’intero territorio nazionale e mutuamente riconosciuto nei Paesi dell’UE».

Daniele Preti, FedEmo – Federazione delle Associazioni Emofilici

«Il sostegno all’attività di informazione sugli studi clinici svolto da parte delle Associazioni di Pazienti può recitare un ruolo importante nel trasferire ai pazienti in modo completo e con un linguaggio semplificato e alleggerito da tecnicismi tutte le informazioni necessarie per una migliore comprensione dei presupposti, delle finalità e delle modalità di esecuzione di un trial.

La specifica informazione che le Associazioni potrebbero offrire ai pazienti rispetto a quello che è probabilmente il documento più importante per chi partecipa a uno studio, ovvero il consenso informato costituirebbe un elemento di valore, in grado di assicurare la piena consapevolezza dei partecipanti rispetto all’iter del trial e al proprio ruolo all’interno di esso, favorendo la motivazione e la compliance dei pazienti.

Una diffusione e una esaustiva illustrazione ai pazienti dei risultati di un trial, infine, costituiscono ulteriori importanti aspetti relativi all’attività di informazione che le Associazioni potrebbero supportare. Offrire all’intera comunità dei pazienti e con un linguaggio semplificato l’accesso ai dati e alle risultanze conclusive di uno studio, affiancando in tal modo l’informazione normalmente ristretta alle riviste scientifiche, all’ambito clinico risulterebbe certamente utile per aumentare la consapevolezza dei pazienti e rendere pienamente il senso della loro partecipazione ai trial».

Gianna Puppo Fornaro, LIFC – Lega Italiana Fibrosi Cistica

«Oggi finalmente e concretamente parliamo dei diritti dei pazienti e dell’ascolto della loro voce nei trial clinici.

Il paziente coinvolto nelle sperimentazioni cliniche può rappresentare una grande risorsa; nessuno meglio dei pazienti può esprimere un bisogno prioritario, utile anche alla comunità scientifica e che tenga conto anche del miglioramento della qualità della vita. Le Associazioni pazienti andrebbero coinvolte più attivamente nella stesura di un disegno di sperimentazione clinica e questa “Carta” è la risposta che le Associazioni e i pazienti aspettavano».

Stefania Vallone, WALCE – Women Against Lung Cancer in Europe

«Gli studi clinici rappresentano per i pazienti un’opportunità insostituibile per aver accesso a trattamenti innovativi e in questo gioca un ruolo fondamentale l’informazione corretta. Il coinvolgimento delle Associazioni di Pazienti nell’ambito della sperimentazione clinica è determinante in quanto le Associazioni rappresentano una risorsa insostituibile sia per trasferire ai pazienti tutte le informazioni che riguardano gli studi clinici che per chiarire dubbi e incertezze. Se adeguatamente formate e coinvolte fin dall’inizio di questo percorso, le associazioni possono diventare un punto di incontro tra i pazienti e i ricercatori, traducendo nel linguaggio dei pazienti termini tecnici molto complessi e aiutando i pazienti nel reperimento di informazioni sul web».

Rita Vetere, Salute Donna

«Il trial clinico è un’opportunità insostituibile per il paziente soprattutto dove non ci sono alternative terapeutiche per il trattamento della sua patologia. In questo contesto l’Associazione di volontariato, purché sia adeguatamente formata, può aiutare molto il paziente a capire come si svolgerà il percorso e a chiarire gli eventuali dubbi. Occorre anche verificare la correttezza dei parametri nella scelta dei pazienti per non sfavorire pazienti che hanno già delle terapie farmacologiche possibili rispetto ad altri che non ne hanno.»

NASCE IL BANDO: “FONDAZIONE ROCHE PER I PAZIENTI”

600.000 EURO A SOSTEGNO DI PROGETTI PRESENTATI DA ASSOCIAZIONI PAZIENTI

 VOLTI A GARANTIRE UNA MIGLIORE QUALITÀ’ DI VITA E GESTIONE DELLA PATOLOGIA

 

  • Finanziamento di 30 progetti per la realizzazione di servizi e attività dedicati alle persone che affrontano o hanno affrontato un percorso di cura
  • 3 aree terapeutiche: Oncologia ed Ematologia Oncologica, Malattie Rare, Neuroscienze e Immunologia
  • Totale risorse allocate: euro 600.000
  • Candidatura aperta ad Associazioni Pazienti, Fondazioni e Partenariati
  • Valutazione progetti affidata a Fondazione Sodalitas, partner esterno di Fondazione Roche
  • Scadenza Bando: 15 settembre 2020

 

 

Roma, 23 giugno 2020 Fondazione Roche ha lanciato oggi, con un webinar moderato dal giornalista Gianluca Nicoletti, il nuovo bando “Fondazione Roche per i Pazienti” a sostegno di progetti volti a migliorare la qualità della vita e la gestione della patologia per i pazienti e per chi se ne prende cura, presentati da Associazioni Pazienti e realtà no-profit operanti sul territorio che hanno come obiettivo quello di rispondere ai bisogni di persone che affrontano percorsi di cura.

 

L’emergenza sanitaria che ha investito il nostro Paese ha messo a dura prova il mondo del Terzo Settore, che ha dato un grande contributo al Sistema Salute nel fornire risposte e sostegno a pazienti e caregiver in questa situazione senza precedenti. La preoccupazione maggiore, oggi, è che superata la fase più intensa dell’emergenza, le già limitate risorse dell’SSN vengano dirottate esclusivamente sulle problematiche legate al Covid-19, con il rischio di dimenticare i bisogni dei pazienti più fragili.

 

In una fase storica in cui il ruolo delle Associazioni Pazienti sarà ancora più rilevante per la ripresa del Paese, Fondazione Roche intende supportare queste realtà finanziando 30 progetti per la realizzazione di servizi e attività dedicati alle persone che affrontano o hanno affrontato un percorso di cura nelle aree Oncologia ed Ematologia Oncologica, Malattie Rare, Neuroscienze e Immunologia.

 

“Con questo bando, Fondazione Roche si pone l’obiettivo di sostenere l’associazionismo, le famiglie e anche le istituzioni in un momento storico senza precedenti – commenta Mariapia Garavaglia, Presidente di Fondazione Roche. Riteniamo di fondamentale importanza supportare la realizzazione di progetti che aiutino concretamente il Sistema Salute, agevolando le persone che ogni giorno convivono direttamente o indirettamente con malattie spesso di difficile gestione. Dobbiamo impegnarci a garantire, promuovere e tutelare la salute e l’assistenza sanitaria senza dimenticare i più fragili, fornendo un supporto responsabile agli attori che operano in questo contesto”.

 

L’imponente sostegno economico messo a disposizione da Fondazione Roche, pari a 600.000 euro, sarà equamente diviso tra le tre aree terapeutiche, ossia per ciascuna verranno finanziati 10 progetti a cui saranno destinati 200.000 euro. La valutazione dei progetti, che potranno essere candidati da Associazioni Pazienti, Fondazioni e Partenariati sul sito www.fondazioneroche.it entro il 15 settembre 2020, sarà affidata a Fondazione Sodalitas in qualità di partner esterno, con cui Fondazione Roche collabora fin dalla sua nascita.

 

“Da sempre siamo accanto a chi opera nel Terzo Settore, convinti del suo ruolo fondamentale a sostegno dei pazienti e delle famiglie che se ne prendono cura. Alla luce delle difficoltà organizzative e assistenziali emerse durante la pandemia da Covid-19, riteniamo necessario unire le forze e trovare nuove soluzioni per ricostruire e ripartire – afferma Francesco Frattini, Segretario Generale di Fondazione Roche. Negli ultimi due anni abbiamo maturato un’esperienza importante nel mondo delle malattie rare. La qualità dei progetti presentati e l’interesse registrato da parte delle Associazioni Pazienti ci ha spinto ad ampliare il bando “Fondazione Roche per i pazienti”, estendendo l’impegno anche in Oncologia ed Ematologia Oncologica, Neuroscienze e Immunologia. Le risorse allocate saranno destinate al finanziamento di 30 progetti selezionati e valutati da Fondazione Sodalitas, con cui siamo felici di proseguire questa bella collaborazione”.

 

“Promuovere il contributo dell’impresa per la crescita della comunità, realizzando partnership di qualità con gli stakeholder di riferimento al fine di generare valore sociale, è da 25 anni la mission di Fondazione Sodalitas – dichiara Massimo Ceriotti, Responsabile marketing associativo Fondazione Sodalitas. Da questo punto di vista l’iniziativa presentata oggi è esemplare, perché si traduce in un contributo concreto e mette a disposizione competenze estremamente qualificate per affrontare situazioni di fragilità, rese ancora più acute dall’emergenza Covid-19. Con questo bando, Fondazione Roche dà infatti una risposta d’impatto ai bisogni del Terzo Settore, dei pazienti e delle loro famiglie. Siamo orgogliosi di poter essere partner di questo impegno”.

 

Teresa Petrangolini, direttore di Patient Advocacy Lab/ALTEMS e co-fondatrice Cittadinanzattiva: “Le Associazioni Pazienti hanno dimostrato, soprattutto in epoca Covid-19, di essere un soggetto dotato di forte progettualità e un interlocutore indispensabile nelle politiche sanitarie. Compito di chi crede nel valore delle loro azioni è quello di supportarle in tutte le forme possibili: ricerca, formazione, sostegno concreto dei programmi e delle attività, comunicazione, spazi di interlocuzione pubblica. Bene ha fatto la Fondazione a promuovere il bando “Fondazione Roche per i pazienti”, che nel dare sostegno a questo mondo ne riconosce la funzione fondamentale di umanizzazione delle cure, di attenzione alle persone, di spinta per l’innovazione e la qualità del sistema sanitario”.

 

Con il fine ultimo di promuovere la tutela dei diritti della Persona, il sostegno responsabile delle Associazioni Pazienti è da sempre tra le priorità di Fondazione Roche, che mai come ora sceglie di stare a fianco delle persone, delle loro famiglie e della Comunità a cui afferiscono al fine di supportarle e poter offrire loro una migliore qualità di vita e gestione della patologia.

 

Fondazione Roche

La Fondazione Roche persegue lo scopo di favorire la ricerca scientifica indipendente, l’assistenza sanitaria, l’attività delle associazioni che sostengono i pazienti ed il dibattito pubblico su tematiche istituzionali ed organizzative concernenti il sistema sanitario nazionale ed europeo. Tema ispiratore dell’azione della Fondazione Roche è l’attenzione alla persona-paziente e ai suoi bisogni di salute, con il triplice obiettivo di contribuire alla ricerca indipendente, seria e scientificamente solida; intraprendere un dialogo continuo con le istituzioni per trovare strade capaci di abbattere le limitazioni dei diritti del cittadino; sostenere in maniera responsabile le associazioni pazienti e le realtà no-profit del territorio.

 

Fondazione Sodalitas

Fondazione Sodalitas nasce nel 1995 su iniziativa di Assolombarda e un primo gruppo di imprese e manager volontari come la prima organizzazione in Italia a promuovere la Responsabilità sociale d’impresa. Oggi rappresenta un network di imprese leader impegnate nella CSR e sostenibilità. Promuove l’educazione alla generazione di valore sociale condiviso e, in particolare, la cultura delle partnership orientate a costruire un futuro di crescita, sostenibilità, inclusione e coesione, sviluppo diffuso per la comunità. La Fondazione è partner dei principali network internazionali sui progetti di diffusione della sostenibilità, tra cui CSR Europe, il business network leader per la Corporate Social Responsibility ed interlocutore privilegiato della Commissione Europea sulla sostenibilità.

UMANIZZAZIONE CURE, FRANCESCA SCHIAVONE: “FONDAMENTALE LA VICINANZA
DELLA FAMIGLIA”


La tennista Francesca Schiavone tra gli ospiti della tavola rotonda “Il coraggio di essere umani. La qualità della vita durante la malattia” promossa a Milano da CasAmica, che da altre 30 anni si occupa di accogliere i malati costretti a curarsi lontano da casa e i loro familiari. Focus con esperti sull’umanizzazione della cura.


«La malattia ti insegna cose nuove, ti instrada verso un nuovo cammino e ti fa scoprire cose nuove, nuovi orizzonti di vita. In questo percorso le cure e gli affetti fanno la differenza, anche per tenere costantemente attiva la mente».
A dichiararlo Francesca Schiavone, in occasione della tavola rotonda “Il coraggio di essere umani. La qualità della vita durante la malattia” organizzata da CasAmica Onlus a Milano negli spazi della Società Umanitaria.

La tavola rotonda ha aperto l’evento “Stare Insieme Fa Bene”, un’intera giornata dedicata ai temi dell’accoglienza e del prendersi cura, sostenuta da Fondazione Roche, fortemente impegnata nell’occuparsi dei bisogni di prevenzione, diagnosi, cura e assistenza dei pazienti e delle loro famiglie, lavorando con le istituzioni per superare le possibili limitazioni dei diritti del cittadino.L’iniziativa è supportata anche da Fondazione Antonio Carlo Monzino e Società Umanitaria, e gode del Patrocinio del Consiglio della Regione Lombardia, del Comune di Milano e di Fondazione Cariplo.

L’appuntamento è stato organizzato in occasione dell’imminente Giornata del Malato (11 febbraio) per creare un momento di sensibilizzazione e riflessione sull’umanizzazione della cura e l’importanza dell’accoglienza, attività che dal 1986, l’Associazione CasAmica Onlus porta avanti per sostenere i malati costretti a spostarsi lontano dalla propria città per ricevere le cure necessarie.

La tavola rotonda ha visto il coinvolgimento di figure istituzionali e specialisti del settore. Tra i partecipanti Maria Elena Polidoro, Direttore Generale Società Umanitaria; la Prof.ssa Mariapia Garavaglia, Presidente della Fondazione Roche; Stefano Bolognini, Assessore alle Politiche sociali, abitative e disabilità della Regione Lombardia; Filippo De Braud, Professore ordinario presso l’Università degli Studi di Milano e Direttore del Dipartimento e della Divisione di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; Laura Gangeri, Pedagogista SSD Psicologia Clinica Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano; Stefano Gastaldi, Direttore Generale CasAmica Onlus. Ha moderato l’incontro Luigi Ripamonti, Direttore Corriere Salute (Corriere della Sera).

“La malattia è una parentesi nella vita, che spesso rappresenta un deserto da attraversare. Il cancro, nonostante abbia attorno a sé molto ricerca e oggi attragga molte risorse, è ancora così temuto da malati e famigliari perché spesso viene affrontato in solitudine. – commenta Maria Pia Garavaglia, Presidente di Fondazione Roche – Sono molto contenta come Fondazione Roche di essere accanto a queste iniziative, che si sposano con i nostri valori e i nostri progetti. Se nel settore più temuto, che è quello che riguarda la salute, c’è ancora generosità e solidarietà come ci testimonia CasAmica, allora attraversare questo deserto può fare meno paura, perché sapere che c’è qualcuno che ci sta vicino ci rende più forti.”

«CasAmica, in oltre 30 anni, ha sviluppato un modello di accoglienza attenta a creare un ambiente confortevole e familiare, finalizzato a far sentire a proprio agio gli ospiti e a permettere loro di condurre una vita il più normale possibile insieme ai familiari, nonostante la lontananza da casa e la malattia, mettendo al centro la persona e non la condizione di malato. Per questo è importante che le organizzazioni del privato sociale impegnate, come CasAmica, nel sostenere i migranti della salute, offrano una casa e dei servizi vicino ai luoghi di cura, diano sostegno psicologico e siano una presenza amica, capace di ascolto e accompagnamento discreto. Tutto questo per far in modo di essere una cura nella cura» ha dichiarato Stefano Gastaldi, Direttore Generale di CasAmica Onlus.

Durante la giornata anche momenti di intrattenimento dedicati a bambini e famiglie, per veicolare i temi dell’accoglienza e della solidarietà attraverso laboratori ludico-ricreativi d musica, pittura, magia e spettacolo. In conclusione, il concerto dei “Solisti di Milano Classica” per allietare la serata con le musiche di Mozart, Haendel e Bach.

   

Il Master in “Management dei Processi Sanitari”, promosso dal Dipartimento di Ingegneria dell’Università degli Studi di Perugia e con il supporto di Fondazione Roche, si propone di fornire competenze specifiche per la formazione e/o l’aggiornamento del personale dirigenziale di aziende sanitarie e socio-sanitarie pubbliche e private e del personale sanitario.

E’ inoltre destinato ai laureati in Ingegneria Gestionale, Ingegneria Meccanica con indirizzo gestionale, Medicina, Farmacia-CTF ed Economia.

Il Master ha l’obiettivo di formare esperti manager nel settore sanitario, in grado di ottimizzare mezzi, strumenti e risorse per una sanità più efficiente, inclusiva e friendly, più attenti ai bisogni degli
utenti e in particolare delle persone anziane. Il Master fornisce metodologie scientifiche e strumenti derivanti anche dall’Ingegneria gestionale, attualmente non applicati al settore sanitario, per produrre organizzazioni in grado di fornire il bene salute, servizi sanitari efficienti, efficaci ed economicamente sostenibili.

Le conoscenze e le capacità teorico-pratiche che saranno acquisite al termine del corso, prevedono l’approfondimento delle seguenti materie: ingegneria gestionale, ingegneria meccanica, medicina, farmacia-CTF ed economia. Saranno inoltre forniti strumenti di gestione delle dinamiche relazionali e di problem solving. Grazie agli strumenti e alle competenze acquisite, i partecipanti saranno in grado di analizzare, valutare e proporre soluzioni in situazioni e scenari complessi tipici di aziende e strutture sanitarie. Infine, la possibilità di svolgere un periodo di stage presso aziende sanitarie ed ospedaliere pubbliche e private, enti pubblici in ambito
sanitario e aziende farmaceutiche garantisce una formazione completa per un professionista con qualifiche rispondenti alle esigenze del futuro della sanità pubblica e privata.

Per saperne di più, clicca qui.

La crisi dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente:
è colpa di Dottor Google? Effetto placebo e nocebo
nell’era digitale, opportunità e rischi

Effetto placebo: la risposta terapeutica a un’alleanza vincente tra medico e paziente, basata su fiducia e ascolto. Ma quando si deludono le aspettative si scatena
il “gemello cattivo”, l’effetto nocebo.

L’era digitale entra nell’atto terapeutico con nuovi rituali e parole, che modificano
e indeboliscono il rapporto fiduciario tra chi cura e chi è curato.
Serve un web “sano” e riscoprire il valore prezioso e curativo di una relazione in crisi.

Il Corso di Formazione Professionale “Parole che curano, parole che ammalano”,
promosso dal Master della Sapienza SGP ‘La Scienza nella Pratica Giornalistica’
con il supporto di Fondazione Roche, punta i riflettori sulle responsabilità dei Media rispetto
agli effetti positivi e negativi dell’informazione online sui temi della salute,
suggerendo un nuovo modello integrato di cura post-digitale.

Milano, 10 luglio 2019 – Il medico empatico, che accoglie e ascolta il malato, cura meglio e più rapidamente. È risaputo, e non è solo una questione di etica e di competenze tecniche. L’interazione, il dialogo e la condivisione sono la base della cosiddetta “alleanza terapeutica” tra medico e paziente:
un processo millenario, l’atto di cura, fatto di rituali, linguaggi e contatto visivo, basato sulla fiducia e sulla speranza.
La risposta alla preziosa relazione che si instaura tra il curante e chi è curato è l’effetto placebo, una sorta di miglioramento spontaneo, correlato alle aspettative positive del paziente, al rapporto fiduciario con il suo medico e al contesto sociale nel quale è messa in atto la cura: da tempo questa relazione è in crisi. La sbornia tecnologica e la bulimia della comunicazione online, sostenute dalla estrema burocratizzazione sanitaria, con l’introduzione di nuovi protagonisti, nuovi rituali e parole, stanno mettendo a dura prova l’alleanza terapeutica tra medico e paziente, basata da sempre sulla fiducia, e il suo potere curativo.
Capire se e come l’era digitale possa trasformarsi in una opportunità per i pazienti e i medici, attraverso un’informazione in rete più ‘sana’, riscoprire il valore del dialogo e dell’empatia per ricostruire un rapporto in crisi, il tutto mediato da una equilibrata comunicazione dei media, è l’obiettivo del Corso di Formazione Professionale per i giornalisti “Parole che curano, parole che ammalano”, promosso dal Master della Sapienza di Roma “La Scienza nella Pratica Giornalistica” con il supporto di Fondazione Roche.
La qualità del dialogo tra terapeuta e paziente e delle competenze relazionali, oltre che tecniche, influenza l’effetto placebo, al punto che quando le aspettative vengono disattese, si scatena il “gemello cattivo”, l’effetto nocebo con un peggioramento dei sintomi. Oggi sappiamo che l’effetto placebo/nocebo è una conseguenza neurobiologica, una risposta innescata da complessi meccanismi cerebrali, mentali e corporei. Lo studio dell’effetto placebo e nocebo ha permesso ai ricercatori di capire come la speranza e le aspettative di guarigione, la fiducia nel medico e nella terapia, svolgano un ruolo cruciale in molti processi patologici e nelle risposte alle cure.
«L’interpretazione dell’effetto placebo oggi riguarda il ruolo dell’interazione sociale tra colui che cura e colui che soffre – afferma Fabrizio Benedetti, Direttore di Medicina e Fisiologia dell’ipossia, Plateau Rosà, Svizzera e Professore Ordinario di Neurofisiologia, Dipartimento di Neuroscienze Università di Torino – questa relazione, unica e sorprendente, scaturisce dall’emergenza dell’altruismo nel corso dell’evoluzione. A un certo punto i primati hanno cominciato a prendersi cura dell’altro, del più debole, del più anziano, del malato. Questa relazione è sfociata all’inizio nella figura dello sciamano, in grado di infondere speranza e fiducia e creare aspettative positive. L’effetto placebo come lo studiamo oggi altro non è che quanto avviene nel cervello e nel corpo di chi soffre, quando crede e spera e ha aspettative che il futuro sarà migliore del presente».
Eppure adesso basta un click per entrare in un mondo prima inaccessibile, esclusivo dominio dei medici. Quasi un italiano su 2, secondo una ricerca Censis, si rivolge a internet per avere informazioni sui temi di salute. Un patrimonio di conoscenze, informazioni e relazioni virtuali, talvolta corrette, in molti casi allarmistiche o pericolosamente errate, che possono produrre veri e propri effetti nocebo di massa.
«Il rapporto medico-paziente oggi è diventato problematico a causa di due novità: il Dr. Google e la genomica, che rischiano di logorare ancora di più l’alleanza terapeutica – afferma Andrea Grignolio, Docente Medical Humanities e Bioetica, Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e ITB-CNR – eccesso di informazione e disinformazione, medicina iperspecialistica e ipertecnologica, burocrazia, spingono le persone ad autocurarsi e i medici ad un atteggiamento cautelativo che penalizza la relazione. Tuttavia, l’esigenza di tornare al rapporto di fiducia è avvertita in maniera forte. Ricomporre questo rapporto in crisi ha conseguenze importanti da un punto di vista etico, pratico e di salute, perché l’interazione, il dialogo e la condivisione aumentano l’efficacia delle cure».
La comunicazione, da sempre, è centrale per il successo della cura perché è scientificamente provato che il dialogo con il paziente attiva gli stessi meccanismi neurofisiologici del farmaco. Ma anche la rete ‘parla’, ritualizza le relazioni e a seconda delle parole e delle immagini utilizzate può influenzare l’efficacia della terapia, e non solo.
Internet oggi entra nella malattia: la conversazione digitale è la nuova protagonista dell’atto terapeutico. Il paziente non è più isolato ma condivide con altri soggetti, sconosciuti, un problema comune. Si genera in tal modo un percorso di cura del tutto diverso, in cui la figura del medico è marginalizzata, la validità e l’affidabilità delle notizie passano in secondo piano, quel che conta è la modalità di narrazione e l’ascolto, che devono corrispondere ai bisogni, alle aspettative, alle ansie e alle paure di chi vive un momento delicato della propria vita come quello della malattia. Le community online si prendono cura del paziente, quello che spesso non riesce a fare la famiglia, gli amici e lo stesso curante.
«Internet irrompe in tutti i passaggi del percorso di cura: entra quando si insinua il sospetto di avere un problema di salute e si comincia a cercare informazioni; entra quando si incontra per la prima volta un medico o se ne cerca uno più adatto; entra quando si vuole capire meglio quello che il medico ha detto o per chiarirsi le idee; e poi entra durante i trattamenti, e persino quando la malattia si risolve – sottolinea Cristina Cenci, antropologa, CEO di Digital Narrative Medicine, Founder del Center for Digital Health Humanities, Curatrice del blog Digital Health, Nòva24 – nella community online ci si identifica, ci si sostiene e ci si riconosce, in modo libero e con un’efficacia forse migliore, in ogni caso diversa, rispetto alle associazioni. La vicinanza virtuale, non fisica, fa emergere la persona invece che la malattia. Internet entra anche nell’alleanza medico-paziente. Potrebbe essere forse una opportunità per migliorare i percorsi di cura, ma il cammino è lungo e occorre trovare una mediazione tra le due forme comunicative dove, mentre la community conforta e supporta costruendo un patto di gratitudine, il medico offre competenza, decide cure e costruisce un patto di fiducia».


ROMA:FONDAZIONE ROCHE SOSTIENE CASAMICA ONLUS
L’ORGANIZZAZIONE CHE DA OLTRE 30 ANNI
OSPITA I MALATI LONTANI DA CASA

Un servizio di navetta sarà disponibile tutti i giorni per il trasporto degli ospiti dalle sedi romane di CasAmica alle principali strutture ospedaliere per effettuare controlli, terapie e visite

Roma 04 aprile 2019Da oggi, grazie alla Fondazione Roche, l’organizzazione CasAmica Onlus, che da oltre trent’anni accoglie malati lontani da casa e bisognosi di cure, metterà a disposizione degli ospiti un servizio di navetta che effettuerà trasferimenti dalle sedi romane di CasAmica alle principali strutture ospedaliere tra le quali il Campus Biomedico, il Bambino Gesù, l’IFO Regina Elena e il Sant’Eugenio, per permettere loro di effettuare controlli, terapie e visite.
Un sostegno concreto per tutte le persone e le famiglie costrette a spostarsi lontano da casa per accedere alle cure necessarie. Infatti, in una grande città come Roma, dove gli spostamenti non sono facili e alcune zone non sono servite dai mezzi pubblici, l’iniziativa promossa dalla Fondazione Roche rappresenta una garanzia per i pazienti, che potranno concordare giorno per giorno il percorso della navetta in base alle proprie esigenze.

“Essere al fianco dei pazienti e supportare realtà come CasAmica Onlus, che nella città di Roma accoglie ogni anno circa 700 ospiti, è una delle principali missioni che si pone la nostra Fondazione – afferma Francesco Frattini, segretario generale Fondazione Roche – Siamo molto orgogliosi di questo servizio, crediamo risponda concretamente alle esigenze di chi, oltre a dover affrontare il percorso di cure, si trova spesso disorientato in una città così grande”.

Il servizio navetta sarà disponibile dal lunedì al venerdì e si stima che nell’arco di 12 mesi saranno effettuati circa 3200 trasferimenti.

Stefano Gastaldi, Direttore Generale CasAmica, conclude affermando che: “La possibilità di accompagnare i nostri ospiti presso gli ospedali per ricevere le cure di cui hanno bisogno è uno dei traguardi più importanti della nostra organizzazione. Assicurare un servizio come questo significa prendersi cura delle persone malate non solo ospitandole, ma anche garantendo loro un appoggio in tutte le fasi della terapia. Siamo grati alla Fondazione Roche che, grazie al suo supporto, ci permetterà di garantire il servizio a tutti gli ospiti delle sedi romane di CasAmica”

Fondazione Roche
La Fondazione Roche persegue lo scopo di favorire la ricerca scientifica indipendente, l’assistenza sanitaria, l’attività delle associazioni che sostengono i pazienti ed il dibattito pubblico su tematiche istituzionali ed organizzative concernenti il sistema sanitario nazionale ed europeo. Tema ispiratore dell’azione della Fondazione Roche è l’attenzione alla persona-paziente e ai suoi bisogni di salute, con il triplice obiettivo di contribuire alla ricerca indipendente, seria e scientificamente solida; intraprendere un dialogo continuo con le istituzioni per trovare strade capaci di abbattere le limitazioni dei diritti del cittadino; sostenere in maniera responsabile le associazioni pazienti e le realtà non-profit del territorio.

Tutte le informazioni su Fondazione Roche sono disponibili su www.fondazioneroche.it

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Fondazione Roche
Francesco Frattini    francesco.frattini@roche.com     348 881746


Sanità digitale: l’Italia fanalino di coda in UE per spesa pro-capite.
Ancora e-mail e sms gli strumenti più utilizzati per comunicare con i medici.

  • In Italia il 39,9 per cento dei residenti è affetto da almeno una malattia cronica e il 20,9 per cento da due.
  • La digitalizzazione è una risorsa chiave per favorire la sostenibilità economica di lungo periodo del Sistema Sanitario Nazionale, contribuendo all’erogazione di un adeguato livello di qualità delle cure, con beneficio per il paziente e il sistema Paese.
  • L’Italia, tuttavia, investe in sanità digitale solo 22 euro pro-capite contro i 60 delle Gran Bretagna o i 40 della Francia, secondo i dati 2018 dell’Osservatorio Innovazione in Sanità Digitale del Politecnico di Milano.
    L’Italia, tuttavia, investe in sanità digitale solo 22 euro pro-capite contro i 60 delle Gran Bretagna o i 40 della Francia, secondo i dati 2018 dell’Osservatorio Innovazione in Sanità Digitale del Politecnico di Milano.

Roma, 26 marzo 2019 – A fronte di una maturata consapevolezza circa il ruolo che la digitalizzazione può giocare in sanità tanto nella erogazione di nuovi modelli di cura, quanto in favore della sostenibilità del Servizio Sanitario, l’Italia mostra ancora un quadro di arretratezza: appaiono insufficienti gli investimenti in sanità digitale da parte del sistema pubblico e privato, e poco digitale risulta la gestione del paziente cronico, e più in generale dei cittadini. Sono queste, in estrema sintesi, le conclusioni che si possono trarre dal convegno “Gestione del paziente cronico nell’era della digitalizzazione” che si è svolto oggi a Roma, a Palazzo Giustiniani, su iniziativa di Fondazione Roche.

“Nelle malattie croniche, la digitalizzazione è un tema di primo piano quando si ragiona in termini di programmazione degli interventi sociosanitari”, ha detto, aprendo i lavori, la professoressa Mariapia Garavaglia, Presidente di Fondazione Roche.“In questi mesi, in occasione dei 40 anni nel nostro Servizio Sanitario Nazionale, Fondazione Roche si è posta l’obiettivo di sostenere un dibattito sui valori sui quali esso si fonda: equità, uguaglianza e universalismo – ha aggiunto.In particolare, il suo carattere universalistico può essere messo a dura prova dal divario tra risorse disponibili e bisogni dei cittadini e per rispondere a questi bisogni, garantendo la sostenibilità economica del sistema, le soluzioni digitali rappresentano una leva fondamentale per trovare nuovi equilibri.”

A sostenerlo è anche il prof. Paolo Locatelli, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano “L’innovazione digitale rappresenta l’elemento utile a colmare il divario tra bisogni e risorse”, ha detto illustrando come la digitalizzazione si debba declinare nei processi di rinnovamento organizzativo e tecnologico, ma anche di empowerment del paziente/cittadino e di sviluppo delle competenze degli operatori sanitari.
Cartella clinica, telemedicina, app, dispositivi indossabili, intelligenza artificiale, analisi dei big data e quant’altro, possono, quindi, contribuire a favorire il raggiungimento del traguardo della sostenibilità economica di lungo periodo del Sistema Sanitario Nazionale, contribuendo all’erogazione di un adeguato livello di qualità delle cure, con evidente beneficio per il paziente e per il sistema Paese. Un traguardo, secondo la fotografia tracciata dall’Osservatorio del Politecnico di Milano, sulla base dei dati Istat e del secondo Rapporto GIMBE sulla sostenibilità del SSN, messa a dura prova dai numeri: a fronte di una spesa sanitaria complessiva, tra sistema pubblico ed esborso diretto dei cittadini, stabilizzatasi negli ultimi 5 anni intorno ai 145-150 miliardi di euro, il fabbisogno stimato per il 2025 si attesta intorno ai 210 miliardi, dato a cui si deve aggiungere il fatto che la popolazione italiana over 65 sia in forte crescita, rappresentando già oggi il 21,8 per cento del totale – uno dei dati più elevati nel mondo occidentale – e si proietta al 2051 a quasi il 35 per cento, oltre 1 su 3 cittadini.

“Emerge, in effetti – sottolinea il prof. Locatelli – una crescente consapevolezza che le soluzioni digitali possano giocare un ruolo fondamentale nel supportare la transizione verso nuovi modelli di cura. La diffusione di tali soluzioni, tuttavia, stenta oggi a realizzarsi perché manca una orchestrazione coerente della transizione al digitale e perché oneri, rischi e benefici attesi dall’introduzione di nuovi strumenti e modalità di lavoro non sono percepiti come ripartiti equamente fra gli attori del sistema.” Secondo i dati dell’Osservatorio, infatti, la spesa complessiva per la sanità digitale in Italia, tra quanto investito da Ministero della salute, dalle Regioni, dalle singole strutture sanitarie e dalla rete della medicina generale, ammonta a 1,3 miliardi di euro (dati 2017), pari a circa 22 euro per cittadino. “Si tratta di un dato che pone l’Italia in posizioni di retroguardia – ha detto ancora. Si pensi che, senza arrivare ai valori di Paesi scandinavi come la Danimarca, che investe 70 euro, nazioni e sistemi a noi più vicini come quello francese o inglese ‘spendono’ quasi il doppio o il triplo: 60 euro per cittadino la Gran Bretagna e 40 euro la Francia.”

Ad oggi, il digitale nella continuità di cura è ancora poco sviluppato. Ad esempio, secondo un’indagine dell’Osservatorio: le soluzioni che abilitano l’interscambio di dati e documenti sui pazienti attraverso PDTA informatizzati vengono utilizzate solo dal 29 per cento delle aziende sanitarie, con professionisti sanitari dell’azienda ospedaliera appartenenti a diversi dipartimenti, e dal 23 per cento con professionisti all’interno di una o più reti di patologia. Il supporto informatico alle attività di presa in carico del paziente risulta diffuso soprattutto per le attività gestionali e amministrative, come la gestione dei dati anagrafici dei pazienti (nell’80 per cento delle aziende) e la gestione delle prenotazioni (63 per cento). L’informatizzazione stenta, invece, a diffondersi come strumento per la messa in atto di percorsi individualizzati secondo il principio della presa in carico stabile del paziente: solo in media 1 azienda su 3 utilizza un supporto digitale nella definizione, visualizzazione e aggiornamento di piani di assistenza individuale, per l’analisi dei dati dei pazienti e per mettere in comunicazione tutti gli attori del sistema salute.

Anche i cittadini risultano essere “poco digitali”, secondo L’Osservatorio del Politecnico. La mancanza di competenze sembra essere una forte barriera: sono tre su dieci i cittadini che non si sentono in grado di utilizzare questi strumenti, soprattutto fra i più anziani. Per avvicinare i cittadini al digitale, dunque, è necessario aumentare l’offerta di servizi, formare i cittadini/pazienti e valorizzare le soluzioni affidabili e di valore.

I cittadini si mostrano ancora poco digitali anche nella comunicazione col proprio medico: ben sette su dieci preferiscono incontrarlo di persona. Fra coloro che si servono di strumenti digitali, la maggior parte utilizza l’email (15 per cento), poi vengono gli Sms (13 per cento) e infine WhatsApp (12 per cento). Fra i medici che non fanno uso di questi strumenti, uno su due teme che si possano creare incomprensioni con i pazienti ed è diffusa la preoccupazione che l’utilizzo di questi strumenti possa aumentare il carico di lavoro del medico e che possa comportare rischi legati a un mancato rispetto della normativa sulla privacy.

“L’utilizzo di strumenti digitali per comunicare con i propri pazienti è un segnale positivo di come i medici stiano acquisendo consapevolezza sull’importanza del digitale, che consente di rendere più veloce ed efficace lo scambio di informazioni. Si parla tuttavia di strumenti basilari, che spesso non necessitano di formazione specifica né di un cambiamento profondo a livello culturale. È importante, invece, che i medici siano sempre più attenti alla propria formazione rispetto alle competenze digitali necessarie allo sviluppo di nuovi progetti di innovazione digitale utili a migliorare i processi e i servizi sanitari”, conclude il prof. Locatelli.

Infine, dati confermano come, in Italia, il 39,9 per cento dei residenti è affetto da almeno una malattia cronica (24.133.105 persone), mentre quelle con almeno due malattie croniche rappresentano il 20,9 per cento del totale (ISTAT 2018) e di questi, il 70% risultano non aderenti alla terapia, che corrisponde ad un esborso da parte della Sanità italiana pari a circa 11 miliardi l’anno (dati AIFA).
Risulta, quindi, evidente come gli attuali approcci terapeutici standardizzati abbiano mostrato delle limitazioni e la personalizzazione della cura può rappresentare una strada vincente per rompere questa inerzia clinico-terapeutica e gli strumenti digitali forniscono le dovute opportunità per renderla possibile.

La prof.ssa Valeria Tozzi, Associate Professor of Practice SDA Bocconi e Direttore del Master MiMS, Università Bocconi di Milano, ricorda, inoltre, come la gestione delle malattie croniche assorba tra il 70 e l’80 per cento delle risorse sanitarie. “Volendo sintetizzare – ha spiegato, quindi, la Prof.ssa Tozzi – esistono alcune tendenze che si stanno affermando nella gestione delle patologie croniche nel nostro Paese, che sicuramente trarrebbero vantaggio dalla digitalizzazione. Sono gli approcci di Population Health Management, quale evoluzione dei PDTA (percorsi diagnostico terapeutici e assistenziali): integrare le informazioni di natura amministrativa provenienti dai big data delle Regioni e delle aziende sanitarie con quelle di natura sanitaria relative al paziente rappresentano una sfida importante; le cronicità ad alta complessità per le quali sono centrali il ruolo delle competenze specialistiche e delle risorse tecnologiche complesse oltre che il bisogno di una staffetta importante tra ospedale e territorio. Anche in questo ambito ha un ruolo fondamentale la tecnologia dedicata allo scambio di informazioni quale ad esempio la telemedicina.”

Suona a questo punto quanto mai appropriato l’auspicio di Fondazione Roche, affinché Istituzioni, professionisti sanitari, associazioni dei pazienti, società civile, industria collaborino per estendere e rafforzare la digitalizzazione in sanità. Tutto il mondo sta andando in questa direzione, la digitalizzazione è ormai di fatto in tutti gli ambiti un elemento chiave di unione. Assume un ruolo ancora più rilevante nella vita di una persona con malattia cronica, costretta a convivere quotidianamente con la sua gestione. Tutti gli strumenti che facilitino e semplifichino questa quotidianità, la relazione con il medico e favoriscano maggiore aderenza alle cure non possono che dar vita a un sistema virtuoso, in favore della qualità di vita, della salute e soprattutto della dignità della persona. Senza dimenticare che maggiore aderenza alle cure equivale a minori costi per il Sistema Sanitario e, quindi, ottimizzazione nella disponibilità delle risorse.

Fondazione Roche
La Fondazione Roche persegue lo scopo di favorire la ricerca scientifica indipendente, l’assistenza sanitaria, l’attività delle associazioni che sostengono i pazienti ed il dibattito pubblico su tematiche istituzionali ed organizzative concernenti il sistema sanitario nazionale ed europeo. Tema ispiratore dell’azione della Fondazione Roche è l’attenzione alla persona-paziente e ai suoi bisogni di salute, con il triplice obiettivo di contribuire alla ricerca indipendente, seria e scientificamente solida; intraprendere un dialogo continuo con le istituzioni per trovare strade capaci di abbattere le limitazioni dei diritti del cittadino; sostenere in maniera responsabile le associazioni pazienti e le realtà non-profit del territorio.

Tutte le informazioni su Fondazione Roche, sono disponibili su www.fondazioneroche.it

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Francesco Frattini    francesco.frattini@roche.com     348 881746

Un momento per riflettere sul valore del prendersi cura per il benessere sociale: questa l’iniziativa promossa nei giorni scorsi presso la sede della Fondazione Pasquinelli (corso Magenta, 42) dall’associazione CasAmica onlus, organizzazione di volontariato che si prende cura da oltre 30 anni dei “pendolari della salute”, ovvero dei malati costretti a spostarsi verso strutture ospedaliere lontane dalla propria casa per ricevere cure mediche e dei familiari accompagnatori.

Nel corso della giornata, si è discusso degli importanti risultati di un’analisi sull’impatto economico e sociale delle attività di CasAmica (Analisi SROI) curata da Human Foundation e dello sviluppo di una nuova collaborazione tra la onlus e la Struttura di Pediatria della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori, che prevede l’attivazione di una nuova forma di accoglienza e assistenza pensata per rispondere alle esigenze delle famiglie con bambini, anche in considerazione del fatto che ben il 10% dei malati che arrivano a Milano per curarsi ha un’età inferiore ai 18 anni.

Sono intervenuti inoltre Stefano Gastaldi, direttore generale CasAmica Onlus, che ha parlato della mission, i valori e le attività di CasAmica con focus sulle nuove iniziative; Filippo Montesi e Federica Piron, coordinatore area valutazione e valutatrice Human Foundation, che ha presentato gli importanti risultati della Ricerca Sroi su CasAmica; Maura Massimino, direttore Struttura Complessa di Pediatria Fondazione IRCCS, che ha portato una panoramica sulle attività della struttura complessa di Pediatria e sulla collaborazione con CasAmica onlus e Francesco Frattini, segretario generale Fondazione Roche, che ha condiviso l’impegno di Fondazione Roche al fianco del paziente e di chi se ne prende cura e della collaborazione con CasAmica onlus.

   

ROCHE PER LA RICERCA: CONTINUANO I FINANZIAMENTI ALLA RICERCA UNDER 40 CON LA QUARTA EDIZIONE DEL BANDO E LA PRESTIGIOSA PARTNERSHIP CON SPRINGER NATURE


L’attività di ricerca in Italia è viva e di ottima qualità. A confermarlo è il numero, in costante crescita, dei progetti presentati da giovani ricercatori italiani under 40 nell’ambito del Bando Roche per la Ricerca. Un bilancio importante quello dei primi 3 anni: quasi 3 milioni di euro stanziati, più di 1200 i progetti presentati e 28 quelli finora finanziati.


A testimoniare il crescente successo dell’iniziativa, che negli anni è diventato un punto di riferimento per la comunità scientifica del nostro Paese, è la collaborazione con Springer Nature, una tra le più prestigiose riviste scientifiche internazionali.

Sostenere la ricerca indipendente finanziando i progetti di giovani scienziati che operano all’interno di strutture pubbliche e IRCSS. É questo l’obiettivo del bando “Roche per la Ricerca”, promosso da Fondazione Roche e giunto ormai alla sua quarta edizione, che a partire da quest’anno si avvarrà della collaborazione della prestigiosa rivista scientifica Springer Nature chiamata a valutare e selezionare i progetti in concorso. In 3 anni sono stati presentati oltre 1200 progetti, di cui 498 solo nell’ultima edizione, ed erogati finanziamenti per la loro realizzazione pari a quasi 3 milioni di euro, a testimonianza di come il Premio Roche per la Ricerca sia diventato negli anni un appuntamento fortemente atteso dalla comunità scientifica italiana che continua a rispondere numerosa alla chiamata.

Sono stati celebrati oggi, in occasione della terza cerimonia di premiazione del bando Roche per la Ricerca, i 12 scienziati italiani vincitori dell’edizione 2018 con progetti di ricerca a carattere scientifico orientati ad un approccio sempre più personalizzato della terapia medica nelle seguenti aree: oncologia; ematologia oncologica, malattie respiratorie, reumatologia neuroscienze, coagulopatie ereditarie, relazione medico-paziente. Ciascun ricercatore si è aggiudicato un finanziamento di 50.000 euro per la realizzazione del proprio progetto. Si tratta di 7 ricercatrici e 5 ricercatori provenienti da oltre 10 istituti differenti, tutti rigorosamente under 40. Anche quest’anno i progetti sono stati valutati e selezionati dalla Fondazione GIMBE (Gruppo Italiano Medicina Basata sulle Evidenze), organizzazione esterna e indipendente a garanzia dell’imparzialità, secondo un rigoroso processo di analisi e valutazione che ha preso in considerazione la coerenza con le aree e le tematiche del bando, la metodologia, l’innovatività, i potenziali benefici per i pazienti e l’impatto per la sostenibilità del SSN.

“Confermiamo con orgoglio il nostro impegno a sostegno della ricerca scientifica indipendente che rappresenta una delle eccellenze del nostro Paese, e siamo ancora più convinti che la promozione di una sempre più stretta collaborazione tra pubblico e privato sia in grado di fare la differenza – afferma Mariapia Garavaglia, Presidente di Fondazione RocheUn tema quello della ricerca che sarà al centro di molte delle attività che la Fondazione Roche porterà avanti nel corso di quest’anno, non solo sotto forma di finanziamenti per la comunità scientifica, ma anche attraverso iniziative di formazione e informazione per far comprendere quanto sia prezioso condurre una buona ricerca: per i giovani, per gli scienziati, per i pazienti e per l’intero Sistema Paese”.

Per il 2019 confermato l’impegno di Fondazione Roche con una quarta edizione del bando per un finanziamento complessivo di 600.000 euro a favore di 12 progetti di ricerca. Importante novità sarà rappresentata da una nuova collaborazione con Springer Nature per la valutazione e selezione dei progetti.


“Springer Nature è lieta di collaborare con la Fondazione Roche per questo premio. Crediamo fortemente nell’importanza di dare la possibilità ai giovani scienziati, specialmente nella fase iniziale della loro carriera, di portare avanti progetti di ricerca biomedica che possano rispondere alle esigenze dei pazienti. Siamo orgogliosi di contribuire al successo di questo progetto garantendo una valutazione solida e indipendente delle prossime candidature”
– afferma Richard Hughes Vice President, Publishing, Nature Research Partnerships di Springer Nature.

Come in passato, i progetti potranno essere promossi esclusivamente da Enti pubblici o privati italiani, senza scopo di lucro, e da IRCCS. Sarà possibile sottomettere le richieste caricandole direttamente sul sito www.rocheperlaricerca.it a partire dal 29 aprile e fino al 1 luglio di quest’anno. Si conferma, ancora una volta, l’attenzione verso i giovani, per cui è previsto che il responsabile del Progetto di Ricerca (Principal Investigator) debba avere un’età inferiore a 40 anni.

Anche quest’anno Fondazione Roche ha deciso di lasciare l’esclusiva titolarità di ogni invenzione o diritto generato nell’ambito del progetto di ricerca agli enti partecipanti, a conferma della volontà di sostenere la ricerca indipendente. Tutte le informazioni sul nuovo bando, le modalità di candidatura e il dettaglio delle aree di interesse saranno disponibili sul sito www.rocheperlaricerca.it a partire dal 29 aprile.

Vincitori edizione 2018

Area Reumatologia
Veronica Brusi – Istituto Ortopedico Rizzoli

Area Oncologia
Elena Conca – Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori

Area Coagulopatie Ereditarie
Stefano Espinoza – Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia

Area Neuroscienze
Angelisa Frasca – Università degli Studi di Milano

Area Oncologia
Marta Gomarasca – IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi

Area Neuroscienze
Alessia Indrieri – Fondazione Telethon

Area Ematologia Oncologica
Federica Lovisa – Fondazione Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza

Area Oncologia
Matteo Marzi – Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia

Area Neuroscienze
Marika Milan – Consiglio Nazionale delle Ricerche

Area Relazione Medico-Paziente
Giacomo Monti – IRCCS Ospedale San Raffaele

Area Neuroscienze
Cristian Ripoli – Università Cattolica del Sacro Cuore

Area Malattie Respiratorie
Simone Vodret – International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology

Per saperne di più sui vincitori, clicca qui.

   

Fondazione Roche premia i sei vincitori del bando
“Fondazione Roche per le persone con emofilia”:
120.000 euro a sostegno di progetti sociosanitari e socioassistenziali

  • Il bando “Fondazione Roche per le persone con emofilia” nasce per sostenere progetti sociosanitari-assistenziali che si impegnano a migliorare la qualità di vita dei pazienti con emofilia e delle loro famiglie.
  • Fondazione Roche, traducendo l’impegno sociale di Roche Italia, pone tra i suoi obiettivi il sostegno responsabile delle associazioni di pazienti e le realtà no-profit del territorio, nonché la tutela dei diritti della Persona/Paziente.
  • Con il contributo di Fondazione Sodalitas – ente indipendente di riferimento per la sostenibilità d’impresa e con esperienza ultraventennale nello sviluppo di partnership tra aziende e Terzo settore – sono stati valutati e individuati i progetti vincitori del bando.

Roma, 15 febbraio – Sono stati annunciati oggi i sei vincitori del Bando “Fondazione Roche per le persone con emofilia” che ha premiato, con un contributo di 120.000 euro, l’impegno e l’innovatività di progetti assistenziali di associazioni di pazienti e realtà no profit, volti a realizzare servizi dedicati alle persone con emofilia e alle loro famiglie, offrendo supporto nella gestione della patologia e costruendo con loro nuove opportunità.

Si sono aggiudicati il premio da 20.000 euro ciascuno:

    –   A.E.L. (Associazione Emofilici del Lazio) di Roma
    –   A.R.L.A.F.E. (Associazione Regionale Ligure Affiliata alla Federazione Emofilici) di Genova
    –   A.S.E. (Associazione Siciliana Emofilici) di Catania
    –   ASSOCIAZIONE EMOFILICI E TROMBOEMOFILICI DEL FRIULI VENEZIA GIULIA di Udine
    –   ASSOCIAZIONE PER L’EMOFILIA E COAGULOPATIA DELLE TRE VENEZIE di Padova
    –   A.V.E.S. (Associazione Volontariato Emofilici e Similemofilici) di Parma

Si tratta di un riconoscimento importante a sostegno delle famiglie che convivono con una diagnosi di emofilia, una malattia del sangue rara ed ereditaria che colpisce circa 4.000 persone in Italia, che dedicano gran parte delle loro giornate alle cure dei propri cari e a tutte quelle attività che ruotano attorno ad esse. I servizi di assistenza ai malati e alle famiglie che se ne prendono cura sono uno dei punti cruciali a cui il mondo della salute deve trovare risposte al più presto. Questo è ancora più vero nel panorama delle malattie rare, dove quotidianamente decine di associazioni di pazienti e di volontari si impegnano ogni giorno su tutto il territorio italiano per essere concretamente al fianco di chi ne ha bisogno, affrontando e superando numerosi ostacoli.

“Con questo tipo di iniziative intendiamo creare un ponte di collegamento tra le istituzioni e il cittadino, al fine di supportare progetti che possano fungere da trait d’union tra il territorio nazionale e le istituzioni stesse a integrazione del welfare – spiega Mariapia Garavaglia, Presidente di Fondazione RocheOggi più che mai ci impegniamo a promuovere e tutelare la salute e l’assistenza sanitaria fornendo un supporto responsabile agli attori che operano a stretto contatto con i pazienti emofilici e i loro familiari”.

Le numerose adesioni e la qualità dei 24 progetti presentati testimoniano l’esistenza di bisogni ancora da colmare nella comunità emofilica.

“La vera difficoltà oggi è rispondere contestualmente ai bisogni dei malati che chiedono terapie sempre più efficaci, dei ricercatori che chiedono maggiori risorse per rispondere in modo più adeguato alle esigenze dei malati – aggiunge la Sen.ce Paola Binetti, promotrice dell’Intergruppo Parlamentare per le Malattie Rare e intervenuta alla premiazione – Una buona mediazione viene dalle Fondazioni, che come la Roche, riescono a far incontrare il mondo della ricerca avanzata con l’esperienza consolidata di pazienti che possono orientare programmi e progetti in modo da rendere eticamente ed economicamente sostenibile il lungo cammino verso la speranza di una guarigione definitiva”.

Le aree d’intervento toccate dai sei progetti vincitori sono state numerose e differenti:

  • la definizione di un sistema di trasporto per i pazienti e programmazione delle visite – A.E.L.
  • la realizzazione di un centro di ascolto sperimentale – A.R.L.A.F.E.
  • la sensibilizzazione all’interno delle scuole con il coinvolgimento di docenti e personale non scolastico per una maggiore conoscenza della patologia – A.S.E.
  • i servizi di supporto logistico e la definizione di un protocollo di accompagnamento del paziente emofilico dal proprio domicilio al Pronto soccorso di riferimento- ASSOCIAZIONE EMOFILICI E TROMBOEMOFILICI DEL FRIULI VENEZIA GIULIA
  • la pratica di attività fisica anche per gli adulti e sotto la supervisione medica – ASSOCIAZIONE PER L’EMOFILIA E COAGULOPATIA DELLE TRE VENEZIE
  • i servizi di supporto psico-pedagogico – A.V.E.S.

I progetti sono stati valutati e selezionati sulla base dei potenziali benefici offerti ai pazienti e le loro famiglie grazie a una innovativa collaborazione con Fondazione Sodalitas, in qualità di ente indipendente e con un’esperienza ultraventennale nell’individuazione di nuove soluzioni di welfare e di inclusione sociale.

“Fondazione Sodalitas è impegnata a realizzare partnership tra la parte più evoluta del mondo d’impresa e gli stakeholder più rilevanti, con l’obiettivo di generare valore sociale condiviso – dichiara Massimo Ceriotti, Responsabile marketing associativo di Fondazione SodalitasE’ stato quindi particolarmente significativo poter contribuire a questo bando, attraverso l’esperienza maturata nello sviluppo di iniziative che vedono impresa e Terzo settore lavorare insieme a beneficio delle persone e delle comunità”.

Il bando “Fondazione Roche per le persone con emofilia” rappresenta un’ulteriore testimonianza dell’approccio con cui Fondazione Roche intende generare valore condiviso nella società, mettendo in pratica un concetto moderno di fondazione di impresa, che non si limita a stanziare risorse economiche nel settore sociale, ma che, promuovendo progetti su base meritocratica, pone al centro del proprio impegno la tutela dei diritti del cittadino, della persona a 360° e dei suoi bisogni di salute.

Per conoscere tutte le iniziative di Fondazione Roche visita www.fondazioneroche.it

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